Definizione di greenwashing

All’inizio era whitewashing: il tentativo deliberato di ‘sbiancare’ la reputazione di un individuo o un’azienda, nascondendo o mascherando fatti poco lusinghieri. Una pratica nota all’essere umano almeno da quando Caino, con le mani ancora sporche di sangue, cercò di essere elusivo davanti a Dio. Poi è iniziata l’attuale “era green”, e le tematiche ambientali sono diventate una parte importante nella costruzione della brand reputation. Cambiato il quadro di riferimento, non è cambiata la tendenza umana a “sbagliare” e cercare di nascondere l’errore, ed è nato il greenwashing.

Greenwashing: ‘lavaggio (col) verde, mascheramento verde’; nella comunicazione aziendale (ma non solo) indica sia la pratica delle aziende di lasciar intendere al consumatore comportamenti eco-friendly, adombrando presunte ma inesistenti virtù ambientaliste, sia la pratica, più raffinata, di focalizzare l’attenzione su una parte effettivamente green della politica aziendale, ma minoritaria e talvolta addirittura trascurabile nell’economia totale dell’azienda. In questo secondo caso le eventuali pratiche negative, o comunque quelle non green, vengono taciute, e nella percezione del consumatore l’azienda appare green nella sua interezza.

Il greenwashing è, a conti fatti, una questione di buona comunicazione, dove con “buona” si intende efficace nel tacere su questioni spinose. Al consumatore/spettatore vengono suggeriti dei valori inesistenti o quasi inesistenti con un uso strumentale e retorico dei linguaggi verbale, iconico etc., spesso usando una comunicazione “emotiva”; ma di fatto con assoluta reticenza rispetto alle vere pratiche circa la sostenibilità.

L’incomprensione secondo Flaubert

Benché straordinariamente potente, il complesso dei linguaggi umani (verbale, mimico, prossemico etc.) è lungi dal restituire la profondità emotiva soggiacente. Così Flaubert:

Quell’uomo, pur così ricco d’esperienza, non coglieva il differenziarsi dei sentimenti sotto l’equivalersi delle espressioni. Bisognava farci la tara, pensava, dal momento che discorsi infiammati nascondono affetti mediocri: come se la pienezza dell’anima talvolta non traboccasse attraverso le metafore più vuote perché nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è come un paiolo fesso su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.

G. Flaubert, Madame Bovary, Mondadori, 1997, trad. it. di Maria Luisa Spaziani, p. 212.

Illegalità di controllo

[...] Era una precisa tecnica di governo al tempo della dominazione spagnola in Italia, questa di costringere i sudditi a convivere con leggi inapplicabili e di fatto inapplicate, restando sempre un poco fuori dalla legge: per poterli poi cogliere in fallo ogni volta che si voleva riscuotere da loro un contributo straordinario, o intimidirli, o trovare una giustificazione per nuove e più gravi irregolarità. Così è nata l’Italia moderna, nel Seicento: ma puoi esser forse motivo di conforto, per noi, sapere che il malcostume ci è venuto da fuori, e che è più recente di quanto comunemente si creda.

Sebastiano Vassalli, La chimera, Einaudi 2005, p. 44.

La luna e sei soldi

William Somerset Maugham
La luna e sei soldi
Adelphi 2002
Traduzione di Franco Salvatorelli
Prima edizione inglese 1919

Gauguin rielabora la natura in forme universali che solo l’artista vede, Maugham rielabora la natura umana di Gauguin nelle forme che un altro artista immagina. Oppure: Maugham proietta su Gauguin la propria esperienza, per riflettere sulla Bellezza, sull’arte, sulla visione del mondo che, come artista, rivendica.
Charles Strickland, annoiato abulico borghese vittoriano, a quarant’anni lascia moglie denaro e posizione sociale, vive ai limiti della mendicità e inizia a dipingere in giro per il mondo. Ai margini della società, in solitudine, viaggia, non si preoccupa di nulla che non siano tele di controverso valore, arriva nei mari del sud. L’agio della nuova dimensione gli permette di compiere il suo percorso, non senza un indiscutibile fascino letterario.
La metanarrazione, della quale oggi nessuno sembra poter fare a meno, nell’anno 1919. Un romanzo, e una biografia immaginaria ricamata su un canovaccio di verità (solo in parte la vita di Gauguin); in parte una finta indagine, con i tòpoi del caso circa impossibilità della ricostruzione, scarsezza di documenti, problemi storici e così via. E Maugham, autore altrimenti granitico, anticipa di un secolo il mockumentary, senza privarsi delle coltissime, intelligentissime riflessioni, stavolta sull’arte, a cui il suo lettore è avvezzo, e che sono la parte più forte, che resta, l’idea e ragione di tutto.

La passeggiata

La passeggiata (1966)
di Tommaso Landolfi (1908-1979)

Un piccolo tempio all’incomunicabilità, un divertissment lessicale, una coltissima esibizione dove la parola ricercata non è tutto sommato mai fuori luogo. Una testo breve e dalla trama del tutto pretestuosa, nel quale sorprende la densità di termini rari benché, a detta dell’autore, tutti nel “volgare” Zingarelli, cioè in un repertorio tipicamente scolastico e alla portata di tutti; e nessuno di varietà dialettali, ma ognuno del “buon uso toscano”. Landolfi, naturalmente, era consapevole della ricezione che lo attendeva, e delle difficoltà oggettive di comprensione da parte dei lettori (e dei critici) anche più colti. Quindi scelse di fare esegesi di se stesso pubblicando a otto anni di distanza il racconto-glossa Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni. Qui, una volta derisi i critici e scoprendo un piano intellettuale ben congegnato, riporta l’unica voce che lo avrebbe compreso, la quale tuttavia, intimorita dagli altri superficiali e impreparati critici, si nasconde dietro l’anonimato: «… pagine fra le più rivelatrici di questa condizione presente dello scrittore, e anzitutto della sua epoché narrativa e stilistica: si aprono col breve capriccio o pastiche della Passeggiata, dove l’idolo dell’incomunicabilità è giocosamente esorcizzato e ironizzato attraverso l’incastonamento di un lessico “impossibile”, glossematico (ma per tutto appartenente alla morta periferia del vocabolario italiano)».

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
In verità siamo ormai disavvezzi agli spettacoli naturali, ed è perciò da ultimo che siam tutti così magoghi e ci va via il mitidio. Val proprio la pena d’esser uomini di mobole, se poi, non che andassi a guardare i suoi magolati, non si va neppure a spasso!
Basta. Uscii dunque, e m’imbattei in uno dei miei contadini, che volle accompagnarmi per un tratto. Ma un vero pigo! In oggi di quegli arfasatti e di quelle ciammengole o manimorce, ve lo so dir io, non se ne trova più a giro; né servon drusce per farli parlare, ma purtroppo hanno perso anche la loro bella e pura lingua di una volta. Recava due lagene.
- Dove le porti?
- Agli aratori laggù: vede, dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro.
- È il mivolo, o il gobbello?
- Bah, noialtri si fa senza.
E meno male che non avete del tutto dimenticato la vostra semplicità, pensai. Ma volevo scatricchiarmi; finalmente lui andò pei fatti suoi e potetti rimaner solo, e presi per una solicandola.
Che dirvi? quando mi trovai tra quei miei piccoli amici senza parola, lo gnafalio, il teleflio, il mezereo, e tutta quella gualda, mi si aprì il cuore. Procedetti, e principiarono i camepizi, le bugole, gli ilatri, i matalli, gli zizzifi anche, benché, a vero dire, guasti alquanto dall’exoasco o dall’oidio; e zighene e arginnidi (pafie o latoni) e le piccole depressarie passavano di luogo in luogo; e, accanto o sopra me, trochili e peppole, parizzole e castorchie, e l’aria era tutta uno zezzio, un zinzilulio… E c’era poi il popolo minore: le smicre, i lissi, l’empidi medesime, e chi potrebbe noverarlo tutto!
Alla fodina l’acqua ormai da tant’anni stagnava: rabeschi di gigartina, fumoso trasparire di cara, e zannichellia e scirpo; giungendo io, tre farciglioni fuggirono, e balenò un cimandorlo. Ma era destino che neppur qui fossi lasciato tranquillo. Sentii frusciar la frasca alle mie spalle; mi volsi: il gignore del ferrazuolo che sbiluciava.
- O tu?… Beh, che si fa di bello al distendino?
- Uhm, poco di bello: il padrone s’è dato piuttosto alla moatra.
Anche questo! Io non sono un lernuccio, ma via…
- Già -riprese- da noi ora è troppo se si fa fernette; mancano perfin le ingordine.
- Bravo davvero il tuo padrone!
- Mah, si sa bene, quando la s’infaona.
- E qui ora che ci fai?
- Per via dei leucischhi. Ci si buttaron noi anni addietro.
- Ah, ecco; e come…
- Coi prostomi e colle mollecche – rispose pronto.
Non era un caramogio, come non era uno sbiobbo, s’ha a dire. Ma io lo lasciai lì e mi spinsi innanzi per la lonchite. Sapevo che da un certo punto si scopriva una bella vista.
Ed eccolo laggù, il gran padre; e perfino si scorgevano brillare i froncoli quando prendevano il sole. E v’era una checchia venuta di lontano, con tanto di bonette all’ipartia… Quanti pensieri, quante fantasie m’invasero allora!.. Usava più il chenisco? Oh tempi d’una volta: Inguala!, e via per iciche, per mocaiardi, per cheripi, per lanfe. E qualcuno moriva in terra straniera, ma la chernite ne riportava intatte le spoglie al paese natale: o aveva anch’essa ormai perso la sua virtù?
Ah, s’era fatto tardi: sull’afaca e sulla ghingola compariva la trochilia, sull’atropa l’atropo, sull’agrostide l’agrotide; dove pur mò sfolgorio di sole, non era ormai che un ghimè; si diffondeva odor di nectria: s’udiva un ghiattire lontano. E così passo passo me ne tornai.
Or mentre io fendo i sisimbri e finché sia giunto a casa, dimmi o amico lettore: son io un ghiargione? Tu non rispondi, e con ciò assenti; e non hai torto. Pure, non ne darei un ghieu di chi non sapesse empirsi gli occhi e l’anima come io feci quel giorno, o, sapendo, volesse tenere ogni cosa per sé solo.
Ma ecco giunsi: la mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava, se non quella stessa, una bozzima.

La potenza del bacio (italiano)

«Italiani baciare bene, noi baciare male». Questa frase detta da un tigrino potrebbe far sorgere dei sospetti sulla normalità delle sue attività sessuali. Eppure molti ex nemici me l’hanno ripetuta. Spiegare il dubbio è facile. All’attacco i nostri fanti partivano col fucile nella mano sinistra e una bomba nella destra. Per liberare il percussore della bomba dovevano togliere la linguetta coi denti, dopo di che la bomba, lanciata, scoppiava. Gli etiopici riuscirono a catturare diverse casse di bombe all’83o reggimento fanteria, bombe che usarono contro di noi, nell’azione dello Scirè. Soltanto dimenticavano di togliere la linguetta limitandosi a “baciarle” (cosa che avevano visto fare ai nostri) col risultato che le bombe rimanevano inesplose e venivano subito usate dagli italiani. Questi le facevano scoppiare “baciandole bene”.

Ennio Flaiano, in appendice a Tempo di uccidere, ed. BUR 2010

Apologia isidoriana della scrittura

Le lettere sono segni rivelatori delle cose, immagini delle parole, dotate di tal forza che, pur senza suono alcuno, ci trasmettono ciò che è stato detto da persone lontane: le lettere, infatti, permettono alle parole di entrare in noi attraverso gli occhi e non attraverso l’udito. L’uso delle lettere fu introdotto al fine di favorire il ricordo delle cose: queste ultime, infatti, vengono trattenute mediante le lettere per evitare che svaniscano nell’oblio, dal momento che, dinanzi alla loro grande varietà, non sarebbe stato possibile apprenderle tutte attraverso l’ascolto o custodirle tutte nella memoria.
Le lettere sono chiamate così, quasi leg-iterae, perché indicano l’iter, ossia il cammino, a chi legge ovvero perché iterantur, ossia si ripetono, durante la lettura.

Litterae autem sunt indices rerum, signa verborum, quibus tanta vis est, ut nobis dicta absentium sine voce loquantur. Verba enim per oculos non per aures introducunt. Usus litterarum repertus propter memoriam rerum. Nam ne oblivione fugiant, litteras alligantur. In tanta enim rerum varietate nec disci audiendo poterant omnia, nec memoria contineri.
Litterae autem dictae quasi legiterae, quod iter legentibus praestent, vel quod in legendo iterentur.

Isidoro di Siviglia, Etymologiae, III, 1-3. Trad. it. Angelo V. Canale.